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Cuba: un posto dentro il cuore


L’unico modo per comprendere veramente un posto è visitarlo.

Questo vale in generale per ogni luogo, ma è ancora più vero per Cuba. Un paese ricco di bellezza e contraddizioni che non può essere spiegato solo con le parole.


Nel corso delle due settimane a Cuba, io e Luigi abbiamo potuto entrare in contatto con una realtà che affascina e stordisce allo stesso tempo, come un piatto dal sapore dolce e amaro che non sai interpretare completamente.


L’Avana da un lato è un meraviglioso museo a cielo aperto. L’Avana vieja, con le sue strade e le sue piazze che sono state ristrutturate, si lascia guardare con malcelato orgoglio, mentre un numero indefinito di bambini gioca allegramente a pallone praticamente ovunque. Come se a piazza Duomo a Milano si potesse fare una bella sfida cinque contro cinque, venti minuti per tempo.


Dall’altro però la stessa città svela senza pudore angoli che parlano di povertà e immobilismo. Abbiamo visto persone scendere e salire da scale e guardare fuori da finestre di edifici che sembravano essere appena stati bombardati. Abbiamo camminato lungo strade con buche grandi quanto crateri, che una volta riempite dall’acqua delle ultime piogge erano diventate piccoli laghi cittadini. In questi luoghi che mettono un po’ di tristezza e disagio, gli abitanti della città sembrano vivere con serenità, se non con allegria. Sono sempre disponibili e molto socievoli. Non abbiamo mai avuto la percezione di pericolo o rischio, pur passando in zone che sembravano teatro di guerra in corso.


Le vecchie macchine americane degli anni '50, che sono ormai un elemento caratteristico di Cuba, riportano a tantissimi anni fa', quando questo paese era reputato il paradiso a portata di volo degli americani. Sono ovunque e, con i loro colori pastello, danno a tutto il contesto un che di onirico. Fare un viaggio a bordo di uno di questi “coche particolar” è un’esperienza che va provata una volta in vita.


La spiaggia dell’est, dove era situato il villaggio Bravo dove abbiamo soggiornato, è la zona balneare dei cubani. Abbiamo potuto così vivere veramente Cuba insieme con i suoi abitanti, in un susseguirsi irregolare di conoscenze, incontri e parole al volo scambiate con tante persone. Cuba rimane nel cuore anche per l’affabilità e l’umanità percepibile a pelle della sua gente.

Cayo Blanco regala una spiaggia da cartolina e una delle aragoste più buone che abbiamo mai mangiato. Lungo il tragitto per arrivarci, abbiamo potuto fermarci a fare un bagnetto con i delfini. È proprio vero: i sogni esistono per essere realizzati.


La bellezza del mare di Cuba rischia di distogliere l’attenzione da altri tipi di bellezza che il luogo è in grado di offrire ai suoi visitatori. Le zone di Pinar del Rio e di Vinales, con la sua vegetazione incontaminata, ci hanno lasciato più volte a bocca aperta. La visita alle fabbriche governative di produzione di sigari e a un contadino che lavora il tabacco ci hanno fatto conoscere un aspetto della Cuba più vera.


La conoscenza di un luogo richiede anche di lasciarsi andare e di immergersi in esperienze che non sono tipicamente turistiche. Abbiamo voluto così prendere il treno di Hersey, l’unica linea ferroviaria elettrica di Cuba. Un solo binario che porta da l’Avana a Matanzas, lungo il vecchio percorso che una volta portava i lavoratori nelle piantagioni di canna da zucchero di mister Hersey, per l’appunto.


Non ci sono orari, non ci sono tabelle, impossibile reperire informazioni precise nemmeno dagli abitanti della zona. Si parte allo scoperto, con il taxi ci facciamo portare fino alla fermata più vicina al nostro villaggio. Circondati dal nulla – un nulla spaventosamente bello, fatto di vegetazione rigogliosa e di qualche passante solitario che sembra arrivare dal nulla e si dirige verso qualcosa di talmente lontano da non vedersi ancora all’orizzonte – la fermata è costituita da una pedana in cemento, sopraelevata rispetto al terreno attraverso una scalinata di quattro gradini e nulla più. Quando arriva il prossimo treno? Non sappiamo, sappiamo solo che ci sono tre viaggi al giorno, o almeno così abbiamo letto da qualche parte su Internet.


Arriva il treno, ma è quello che fa il viaggio opposto al nostro, sta andando a l’Avana. Scende una persona, ci dice che il prossimo treno che va a Matanzas passa di lì alle una e venti. Piccolo problema: sono appena le undici e mezza. La persona scesa dal treno ci accompagna verso una fermata dell’autobus per tornare al paese più vicino, attenderemo lì il prossimo treno. Alla fermata dell’autobus ci informiamo su quanto costa il viaggio. Una donna ci fa capire che il prezzo è: quello che puoi dare all’autista. Non abbiamo pesos cubani, abbiamo solo CUC, possiamo pagare con questi? Sono troppi soldi, ci dice la donna, e ci regala cinque pesos cubani che tira fuori dal suo portafogli. A fatica siamo riusciti a darle in cambio un nostro CUC. Questa è la Cuba che porteremo nel nostro cuore.

Attorno all’una con l’autobus torniamo alla fermata del treno e reincontriamo la persona di qualche ora prima. Ci riconosce, ci chiama e ci ricorda che tra poco il treno arriva. Riusciamo a prendere il treno di Hersey. Un viaggio, un’avventura, una immersione più vera nella Cuba dei cubani, una prova fisicamente ardua. Il treno procede sballottando alla velocità media dei quaranta all’ora penetrando zone di verde sterminato. Ogni tanto una fermata, ovvero un’altra pedana in cemento rialzata circondata da qualche umile abitazione. Da quanto meraviglioso nulla ci sia attorno viene da chiedersi da dove arrivano queste persone che troviamo alle fermate, e dove vanno quelle che scendono.


Il viaggio è accompagnato da grida e risate senza interruzione. Bambini corrono ovunque e si arrampicano sulle sedie vuote, ti guardano e ridono. A un certo punto una fermata, a noi sembra quella definitiva, invece è solo un luogo dove ci si può rifocillare. Molti risalgono in treno con panini e bottiglie di aranciata. Dopo un’altra ora e mezza abbondante (ma chi pensava che il viaggio durasse così tanto) arriviamo a Matanzas.


Il nostro disorientamento dura pochissimo, perché subito un ragazzo del posto si offre a farci da Cicerone e a indicarci alla fine dove possiamo prendere l’autobus per il rientro all’Avana, a oltre 90 chilometri da lì. Solo che prima dell’autobus passa un taxi collettivo, così il rientro lo facciamo insieme ad altri sei cubani con i quali in soli cinquanta minuti stringiamo un’affinità che a ripensarci lascia basiti.


Cuba è tutto questo e tutto questo, magari dilungandoci un po,’ abbiamo voluto raccontarvi.

Viva Cuba, allora.

E grazie a Holiday Dream Club, che ci ha reso possibile anche questo meraviglioso viaggio.

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